lunedì 2 novembre 2009

LA POESIA


Sono

molto

irrequieta

quando

mi legano

allo spazio


Alda Merini

domenica 4 ottobre 2009

Scambi...







sabato 3 ottobre 2009

LE MANI

Un incontro civile fra gente educata che
si alza in piedi e che si saluta,
un incontro un po’ anonimo reso più umano
da una cordiale stretta di mano.

Una mano appuntita, una mano un po’ tozza,
una mano indifesa che fa tenerezza,
una stretta di mano virile e fascista
che vuol dire: "Non sono un pederasta!".

Una mano un po’ timida, poco convinta,
tu parti deciso e lei ti fa la finta,
una mano furbetta da pubblicitario,
una mano pulita da commissario.

Una mano a spatola che scatta nervosa,
un’altra suadente, un po’ troppo affettuosa,
una mano imprecisa, una squallida mano
da socialdemocratico, da repubblicano.

Una mano da artista, tortuosa e impotente,
una mano da orso, pelosa e ignorante,
una mano commossa di chi ha tanti guai,
una mano da piovra che non ti lascia mai,
un carosello inutile, grottesco e giocondo
in questa palla gigante che poi è il mondo!

Un mondo di assurdi esseri umani,
un gioco abilissimo, un intreccio di mani,
ci comunichiamo così spudorati
quando ci siamo affezionati.

Mani educate di anziani signori,
mani abilissime di gente d’affari,
mani che ti lisciano con troppa simpatia
con un tocco morboso che sa di sacrestia,
un festival viscido e nauseabondo
in questa grande famiglia che poi è il mondo!

Mani di amici, di dottori, di insegnanti,
mani di attori, di divi, di cantanti,
mani di ministri che chiedono la fiducia,
mani sottili manovrate con ferocia.


Mani bianchissime, schifose da toccare,
mani inanellate di papi da baciare,
mani scivolose di esseri umani,
mani dappertutto, tantissime mani,
le guardo, mi sommergo, annego e sprofondo
in questo lago di merda che poi è il mondo!

Giorgio Gaber

domenica 27 settembre 2009


IO QUELLA VOLTA LI' AVEVO 25 ANNI

(Testo inedito di Gaber/Luporini)




Io, quella volta lì, avevo sessant'anni. Eravamo nel 2000 ogiù di lì. Praticamente ora. E vedendo le nuove generazioni, i venticinquenni di ora così diversi mi domando: che eredità abbiamo lasciato ai nostri figli?Forse, in alcuni casi, un normale benessere. Ma non è questo il punto. Vogliodire... un’idea, un sentimento, una morale, una visione del mondo... No, tutto questo non lo vedo. Allora ci saranno senz’altro delle colpe. Sì, il coro della tragedia greca: i figli devono espiare le colpe dei padri.Siamo stati forse noi padri insensibili, autoritari, legislatori di stupide istituzioni? No. Allora dove sono le nostre colpe. Un momento, era troppo facile per noi essere pacifisti, antiautoritari e democratici. I nostri padri avevano fatto la resistenza. Forse avremmo dovuto farla anche noi, laresistenza. E’ sempre tempo di resistenza. Perché invece di esibire il nostro atteggiamento libertario non abbiamo dato uno sguardo all’avanzata dello sviluppo insensato? Perché invece di parlare di buoni e di cattivi non abbiamo alzato un muro contro la mano invisibile e spudorata del Mercato? Perché avvertivamo l’appiattimento del consumo e compravamo motorini ai nostri figli?Perché non ci siamo mai ribellati alla violenza dell’oggetto?Il Mercato ci ringrazia. Gli abbiamo dato il nostro prezioso contributo.Ma voi, sì, voi come figli, non avete neanche una colpa? Dov’è il segno di una vita diversa? Forse sono io che non vedo. Rispondetemi:dov’è la spinta verso qualcosa che sta per rinascere? Dov’è la vostra individuazione del nemico? Quale resistenza avete fatto contro il potere,contro le ideologie dominanti, contro l’annientamento dell’individuo?Daccordo, non posso essere io a lanciare ingiurie contro la vostra impotenza.C’ho da pensare alla mia. Però spiegatemi perché vi abbandonate ad un’inerzia così silenziosa e passiva? Perché vi rassegnate a questa vita mediocre senza l’ombra di un desiderio, di uno slancio, di una proposta qualsiasi? Forse il mio stomaco richiede qualcosa di più spettacolare, di più rabbioso, di più violento? No! Di più vitale, di più rigoroso, qualcosa che possa esprimere almeno un rifiuto, un’indignazione, un dolore…Quale dolore? Ormai non sappiamo neanche più cos’è, il dolore! Siamo caduti in una specie di noia, di depressione... Certo, è il marchio dell’epoca. E quando la noia e la depressione si insinuano dentro di noi tutto sembra privodi significato. Si potrebbe dire la stessa cosa del dolore? No!Il dolore è visibile, chiaro, localizzato, mentre la depressione evoca un malesenza sede, senza sostanza, senza nulla... salvo questo nulla non identificabile che ci corrode.

giovedì 17 settembre 2009


Sii pronta (Estote Parati)

"Essere pronta, non vuol dire essere preparata;
non vuol dire aver previsto tutto;
questo è impossibile;
nessuno può farlo.
La vita è troppo grande, troppo sconosciuta ancora,
perché l'uomo possa dire:
"so cosa mi aspetta, voglio prepararmi".
"Essere pronta, non vuol dire essere preparata;
non vuol dire aver previsto tutto;
questo è impossibile;
nessuno può farlo.
La vita è troppo grande, troppo sconosciuta ancora,
perché l'uomo possa dire:
"so cosa mi aspetta, voglio prepararmi".
E' ancora troppo forte.
Viene con una violenza,
con un impeto che non risparmia nulla.
Tutto è scompigliato;
i nostri progetti, i nostri piani, i nostri programmi,
e tavolta il fine stesso che ci eravamo proposti.
Allora, se non siamo pronti,
avremo il coraggio e la volontà di ricostruire,
sulle rovine dei nostri sogni, altri sogni, altri progetti,
un nuovo edificio?
Essere pronta, non vuol dire essere preparata,
non vuol dire aver pevisto tutto;
questo è impossibile;
nessuno può farlo.
Essere pronta, vuol dire accettare la vita
vuol dire andare incontro al nuovo giorno;
tendere le braccia verso la sua ricchezza sconosciuta;
stare di fronte alle ore che vengono, calma e serena;
vuol dire vivere il presente con forza, coraggio e buona volontà,
senza temere il domani, né quel che accadrà dopodomani;
né quel che può accadere in un lontano futuro.
Il domani non è tuo. F
orse ti sarà rifiutato.
Perché ti esaurisci nella preparazione di domani
trascirando la giornata di oggi?
L'oggi ti appartiene. Ti è stato dato.
Accettalo come un'offerta della vita,
e fa' di questo giorno qualcosa di bello.
Domani - se un domani ti darà dato - farai la stessa cosa.
E dopodomani lo stesso;
e così di seguito, un giorno dopo l'altro, sino alla fine.
Essere pronta, vuol dire accettare la vita;
tutta la vita; come viene a noi;
con quel che ha di più bello e quel che ha di più triste;
con i suoi giorni leggeri che passano come farfalle,
e i suoi giorni gravosi che si trascinano come la nebbia sui campi bagnati.
Essere pronta, vuol dire essere disposta a fare quello che l'ora richiede;
vuol dire accettare con buona volontà.
Non è dalle tue parole che vedrò che sei pronta;
non è dalle tue azioni: è dal tuo atteggiamento di fronte alla vita; forse dal tuo sguardo.
Accettare...
E' molto. Non è tutto. Per essere pronta, bisogna aver scelto.
La vita è troppo ricca; ci sono troppe cose che ci attraggono e ci richiamano.
Le forze fisiche ed intellettuali di un uomo non bastano per abbracciare tutto e compiere tutto.
In questa diversità bisogna scegliere....
Hai scelto. Sei pronta."
Lézard

Soprattutto...niente scambio



"...accade spesso che la ricerca di sensazioni prenda il posto delle emozioni, quando queste sono vissute come minacce...tale ricerca è la spontanea risorsa del bambino, quando è privato di relazioni sufficientemente stimolanti...
...non può nutrirsi effettivamente di uno scambio...lasciarsi andare a sperimentare i propri sentimenti significherebbe rischiare di perdere i propri limiti e sciogliersi come un pezzo di zucchero a contatto con l'acqua...

All'intensità dello sguardo, e del contatto che esso crea, corrisponde l'assenza di contatto fisico...tutti conoscono le proprie aspettative reciproche e sanno, in fondo, che queste sono troppo forti e che da troppo tempo sono insoddisfatte perchè ora sia possibile rispondervi. Se uno di loro facesse un piccolissimo gesto, forse cadrebbero l'uno nelle braccia dell'altro, realizzando così il loro desiderio più caro: ritrovarsi. Ma ciascuno di loro dubita dell'altro, nessuno si fida più e il miracolo non ha luogo. I loro sguardi si spengono ed essi si lasciano senza una parola, senza un gesto, per non rivedersi mai più. Era quello che veramente volevano? La mia esperienza clinica mi fa rispondere di no. Era una fatalità? Neppure. Spesso non ci vuole molto perchè le situazioni pendano in un senso o nell'altro. Un incontro, un evento, può provocare la chiusura oppure offrire una promessa di apertura...."
"Adulti senza riserva" P. Jeammet